ASSEGNO UNICO UNIVERSALE PER I FIGLI: SLITTA AL 2022

ASSEGNO UNICO UNIVERSALE PER I FIGLI: SLITTA AL 2022

ASSEGNO UNICO UNIVERSALE PER I FIGLI: SLITTA AL 2022

L’assegno unico e universale per i nuclei familiari con figli a carico fino a 21 anni non partirà dal 1° luglio.

1. NOVITÀ 

Il Presidente Draghi ha annunciato agli Stati Generali della Natalità, che l’assegno unico e universale per i nuclei familiari con figli a carico fino a 21 anni non partirà dal 1° luglio. Anche se riforma partirà dal 2022, l’intenzione del Governo è di partire con una misura provvisoria che tutelerà i disoccupati e quei lavoratori autonomi che oggi non hanno accesso agli assegni familiari, già dal prossimo luglio.

Il Governo ha previsto uno stanziamento, non inferiore a 5 miliardi di euro e non superiore a 6 miliardi di euro a decorrere dall’anno 2022, con la legge di Bilancio per il 2021.Inoltre, è stato incrementato il Fondo assegno universale e servizi alla famiglia, già istituito dalla legge di Bilancio.

2. NORMATIVA

Nello specifico, il 21 aprile 2021 è entrata in vigore la legge 1° aprile 2021, n. 46 che delega il Governo ad emanare uno o più decreti legislativi volti a riordinare, semplificare e potenziare, anche in via progressiva, le misure a sostegno dei figli a carico attraverso l’assegno unico e universale.
La legge delega definisce i criteri a cui il Governo dovrà attenersi nell’emanazione dei decreti legislativi.

3. L’ASSEGNO

L’assegno è un contributo economico riconosciuto, secondo un criterio di progressività, a tutti i nuclei familiari, per ciascun figlio minorenne a carico, a decorrere dal settimo mese di gravidanza.

Il beneficio va riconosciuto anche per ciascun figlio maggiorenne a carico e fino al compimento del ventunesimo anno di età che si trovi in una delle seguenti condizioni: 

  • frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale o un corso di laurea; 
  • svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata, con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale;
  • sia registrato come soggetto disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro; 
  • svolga il servizio civile universale.

Per ciascun figlio disabile è erogato anche dopo il compimento del ventunesimo anno di età, se il figlio risulti ancora a carico.

L’ammontare dell’assegno, maggiorato rispetto agli importi standard in misura non inferiore al 30% e non superiore al 50% per ciascun figlio con disabilità, con maggiorazione graduata secondo le classificazioni della condizione di disabilità, dovrà essere modulato sulla base della condizione economica del nucleo familiare, come individuata attraverso l’indicatore dell’ISEE o sue componenti, tenendo conto dell’età dei figli a carico e dei possibili effetti di disincentivo al lavoro per il secondo percettore di reddito nel nucleo familiare.

L’assegno sarà compatibile:

  • con la fruizione del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza 
  • con la fruizione di eventuali altre misure in denaro a favore dei figli a carico erogate dalle regioni, dalle province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali.

Il beneficio assorbirà:

  • l’assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori, 
  • il bonus bebè,
  • il premio alla nascita o all’adozione Fondo di sostegno alla natalità.

4. BENEFICIARI MISURA PONTE

Per l’attribuzione dell’assegno unico a lavoratori autonomi e i disoccupati da luglio 2021, probabilmente, si applicheranno le stesse condizioni richieste dalla legge delega per il riconoscimento del beneficio, cioè:

  • essere cittadini italiani o cittadini comunitari, o familiari con diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, ovvero essere cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo o del permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di ricerca, di durata almeno annuale;
  • essere soggetti al pagamento dell’imposta sul reddito in Italia;
  • essere residenti e domiciliati in Italia ovvero essere stato (o essere) residente in Italia per almeno due anni, anche non continuativi, ovvero essere titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, o a tempo determinato di durata almeno biennale.
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